Erano gli anni’70, la seconda metà ed io ero ancora un bambino, piccolo, biondo, robusto per la mia età, facevo nuoto, si perché la Sicilia, mia terra natia è circondata dall’acqua e Catania, la mia città è proprio sul mare, saper nuotare è fondamentale anche se vivi in montagna, figuriamoci su un isola.

Erano gli anni delle prime Tv a colori e noi eravamo fortunati, ne avevamo una in casa, una di quelle grandi come un piccolo frigorifero, con tasti grandi, otto per l’esattezza ed io in quanto componente più piccolo della famiglia ne ero il telecomando, “Alessio alza”, “Alessio abbassa”,” metti sul due”, “torna sul primo”, andò avanti così finché mio padre non si ingegnò col bastone della scopa che diventò così lo scettro del potere catodico e il mio ruolo fu limitato alla gestione del volume che essendo una manopola necessitava di una mano appunto.

Erano gli anni di Kurenai Sanshiro, altrimenti noto come Judo Boy, un Manga, un cartone animato di quegli anni dedicato al Judo. Era ovviamente l’idolo di noi cuccioli tra i primi fortunati spettatori di una cultura così  distante dalla nostra come quella giapponese che fece dei Manga il biglietto da visita per  presentarsi al mondo occidentale.

Antonio, mio amico e vicino di casa uscì un  giorno con uno strano completo addosso, qualcosa a metà tra un pigiama  ed un accappatoio,  legato in vita da una cintura di tela, ricordava il vestiario di Judo Boy se non fosse stato per il colore,  quello di Sanshiro infatti aveva la giacca rossa e i pantaloni bianchi, quello di Antonio era tutto bianco, non poteva essere lo stesso e poi da noi quello sport li non esisteva !!
Ma dopo qualche giorno mia madre mi disse che Antonio si era iscritto a Judo e l’invidia crebbe forte in me, insomma Sanshiro ed io avevamo molto in comune, io ero forte, agile, urlavo e saltavo giù dal letto con un sol balzo, a volte facevo addirittura le due cose contemporaneamente e, ne  ero certo di li a poco sarei anche riuscito ad indossare la mia “giacca” da Judo lanciandola in aria ed  infilandola al volo. Antonio era invece tarchiato e cicciottello, non poteva essere lui Sanshiro, dovevo iscrivermi a Judo.

Fu così che nel 1977 iniziò la mia avventura presso il Judo club Mifune (sezione distaccata della più blasonata Koizumi Catania) del Maestro Francesco “Ciccio” Bonaccorsi il quale mi trasmise le basi e al quale devo la “strada”, la “via” (DO) che seppur con qualche deviazione ho percorso fin qui.

Qualche anno dopo la mia vita venne stravolta. Ci trasferimmo su al Nord io e mia madre, a migliaia di Chilometri di distanza da  quello che fino ad allora era stato il mio mondo, da tutto ciò che conoscevo e che  amavo, lontano da tutto, da tutti ma il Judo ormai lo avevo dentro e così,  per dare un senso di continuità a ciò che per me ancora bambino un senso non lo aveva, ripresi subito a praticare, qui, al nord.
Lo avevo nel corpo, lo avevo nella mente. Ero piccolo ma sapevo che  stavo facendo qualcosa di grande.

Poi però arrivarono l’adolescenza e la giovinezza, con tutto ciò che si  portano dietro, le prime ragazze, i concerti le esperienze, l’irrequietezza. E poi  il militare, gli amici,  i Sabato sera, la voglia di uscire contrapposta al sacrificio di alzarsi presto la Domenica per fare le gare, la voglia di stare con gli amici anzi che allenarmi.
Mi allontanai, mi distrassi, mi persi, persi la “via”.
Passarono gli anni,  due, cinque e poi dieci e poi quindici e il Judo continuava a mancarmi, volevo ricominciare, volevo riprendere quello Sport che chiunque lo pratichi sa che solo uno Sport non è!

Ma la vita, il lavoro,la casa…

Mi accorsi  così che ero alle soglie dei quarant’anni e che avevo perso il treno, “alla mia età non posso più combattere mi dicevo”.  Si perché nel Judo a trent’anni non ti fanno più combattere.
E così la Boxe, la Kick Boxing, il Krav Maga. Niente ! Niente a che vedere col  Judo, dovevo rientrare.

Tornai nella  mia vecchia palestra, Il Judo Kiai di Portogruaro del Maestro Marco Dotta e venni accolto come il figliol prodigo. Anche il  mio fisico reagì bene nonostante lo avessi maltrattato nel corso degli anni, ero ancora forte, certo  non più  agile e scattante come a vent’anni e i miei balzi felini si erano semplicemente trasformati in balzi suini, dovevo lavorarci un po ma ero ancora forte.

Rientrando nel circuito sentii parlare dell’esistenza di una nuova categoria, quella dei Master, quella di chi sa che l’età è solo un numero su un pezzo di carta, quella di chi ha ancora la voglia di mettersi in gioco, di combattere e di dimostrare a stessi, prima ancora che agli altri, di esserci, di  non arrendersi e di non cercare scuse.
Quelli con lo scotch sulle dita lussate e le ginocchiere, quelli con i capelli bianchi se fortunati e quelli che i capelli sono solo un ricordo, quelli che andavano figli a combattere ed ora portano i figli ed in alcuni casi anche i nipoti a vederli combattere, quella di chi senza occhiali non riescono a leggere le Pool.
Il circuito Master è un circuito completo, trofei, campionati Nazionali, Internazionali, campionati Europei, Mondiali. tutto il pacchetto insomma.
Potevo tornare a combattere, potevo tornare ad essere Sanshiro,  Judo Boy o meglio Judo Man in questo caso.

E’ a dir poco sorprendente se non incredibile vedere uomini e donne dai trenta ai sessantacinque anni (e più) combattere, urlare, cadere  e rotolarsi a terra, rialzarsi, stringersi la mano, complimentarsi l’un l’altro e poi sincerarsi  delle condizioni del proprio avversario, si perché anche in questo i Master sono straordinari.
Siamo  competitivi e grintosi come  ragazzini ma l’età  ci ha reso maturi e così ci si trova prima e dopo a bordo Tatami a parlare del più e del meno, della famiglia, del lavoro,   della vita. Con sincerità, con  affetto.
Rivali, invincibili Samurai in lotta per la vita sul campo di gara, Alessio, Cristiana, Francesco, Ylenia, Luca, Valerio, Rosanna, Giampaolo e tutti gli altri, fuori, a raccontarsela, magari davanti ad un panino ed una birra, tutti uniti da un unica  grande passione.

Il JUDO !!

 

Alessio Sanshiro.